Fuori dalla tana: l’aeroporto di Stansted ai tempi del COVID-19

 L’articolo di questa settimana avrebbe dovuto essere dedicato a Wiesbaden, una piccola e piacevolissima località a un tiro di schioppo da Francoforte dove ho avuto modo di fare una gita di un giorno la settimana scorsa. Nel frattempo però la vita si è messa in mezzo, come fa spesso, e un tema che mi è parso più urgente è venuto fuori. Gli aeroporti ai tempi del COVID-19, in particolare l’aeroporto di Stansted a Londra come l’abbiamo vissuto noi questa settimana. Lasciate che vi racconti un pochino.

All’inizio di questa settimana siamo dovuti partire a Londra per motivi familiari. Nulla di drammatico, solo qualche necessità burocratica purtroppo non digitalizzabile che ci ha portato a prendere un aereo per la prima volta da marzo. A marzo gli aeroporti avevano già preso un’aria inquietante qua in continente e Frankfurt International era discretamente deserto. All’epoca eravamo partiti per un matrimonio importante e al ritorno i confini si sono chiusi letteralmente dietro di noi. Poi il virus si è diffuso in Regno Unito. Sono stati mesi difficili, di molta preoccupazione sia per la mia famiglia in Italia che per quella del mio compagno in Regno Unito.

Ora ci siamo ritrovati, dopo tanti mesi, a tornare. Rivedere la sua famiglia, tutti in salute, è stata una gioia dopo tanta ansia. Rivedere molto brevemente le strade di Londra con la gente in giro mi ha dato un senso di spaesamento e speranza allo stesso tempo. Ma non ero preparata all’effetto degli aeroporti, in particolare di Stansted, da cui siamo ripartiti per tornare a Francoforte.

In tenuta da viaggiare sicuri.

L’aeroporto di Stansted per me è sempre stato la porta di Londra; è l’aeroporto di Ryanair e fin dai primi viaggi low cost da studente è stato per lungo tempo il primo luogo dove toccavo terra inglese. Considerando che questo è coinciso con la mia fase anglofila all’università, ai tempi in cui divoravo Doctor Who e film con Tom Hiddleston, Stansted per me sa di nostalgia.

Martedì pomeriggio io e Ricardo siamo arrivati a uno Stansted deserto. Se Frankfurt International e Heathrow ci erano parsi mezzo vuoti, Stansted era vuoto del tutto. Inizialmente ci ha preso la piccola euforia di non dover fare file, di non doversi aprire il passaggio tra migliaia di persone e valigie. Oltretutto eravamo leggermente in ritardo, quindi meglio così, no? No stress. Quando siamo arrivati ai controlli di sicurezza, abbiamo mezzo riso al vedere il segnale dei tempi di attesa che diceva “not available”. Ovvio, non c’è gente, non c’è attesa. Ma era già un riso un po’ nervoso.

Ai controlli c’eravamo solo noi e gli addetti. Non ho mai fatto dei controlli di sicurezza tanto veloci e insieme con tanta calma. Tutto il tempo di togliere apparecchi elettronici e liquidi. Nessuna traccia della folla e attività frenetica che rendono gli aeroporti (e Stansted in particolare) un’esperienza a volte stressante. Ricardo ha chiesto all’addetto quanta gente fosse passata quel giorno. “Ufficialmente ottomila persone, ma la mia sensazione è che fossero circa la metà”, ci ha risposto “e considerate che noi avevamo in media cinquantamila persone al giorno”. Mi sono chiesta quanto sia sicuro il posto di lavoro di queste persone adesso e il mio piccolo magone è cresciuto.

Dopo i controlli ci siamo ritrovati in un paesaggio di duty free deserti e ristoranti chiusi. L’enorme sala ristorazione di Stansted, piena di panche vuote. Ho detto a Ricardo “ti ricordi? L’ultima volta abbiamo mangiato da Dean & David e non riuscivamo a trovare posto a sedere”. Ci siamo avviati con calma verso il nostro gate ed è stato allora che l’ho visto. Il ristorante di sushi al centro della sala, che prima era un Yo! Sushi e ora è Itsu, ma è sempre più o meno lo stesso, uno dei primi posti dove ho provato il sushi. Chiuso, incartato. Per quanto suoni patetico, mi ha messo molta tristezza.

Sì, ho fatto una foto brutta all’Itsu deserto. Sono drammatica e sentimentale, capitemi.

Arrivati al gate, ci siamo messi in fila per il nostro volo e la sensazione di essere soli a Stansted insieme al personale è scemata a poco a poco nella familiare routine della preparazione al volo. Penso però che questi viaggi in tempo di pandemia resteranno nella mia memoria indelebili e in qualche modo sento di volerne conservare il ricordo, un ricordo strano e inquietante.

Ricardo è convinto che tra un anno o due torneranno tutti a volare, io mi chiedo cosa potrebbe succedere nel frattempo. Trovo interessante che le persone abbiano paura di volare, ma non di affollarsi al bar o nei negozi e nei supermercati in questo momento (in Germania perlomeno). Penso che siano necessari grandi cambiamenti se vogliamo che il pianeta sopravviva alla nostra presenza, e forse questa riduzione drastica dei viaggi aerei è necessaria. In che forme arriverà (se finalmente arriverà) un’economia ecosostenibile? A che prezzo per persone come gli addetti di Stansted? Le classi politiche hanno la volontà e capacità di gestire questa transizione? E noi ce l’abbiamo?

Si parla tanto degli aeroporti come non luoghi, luoghi di transizione, scrittori come Tiziano Terzani ne parlavano con orrore. Ma per me alcuni aeroporti sono porte del cuore o della nostalgia: il mio aeroporto di Alghero in primis, il Galileo Galilei a Pisa, il Marco Polo a Venezia, il minuscolo aeroporto di Tallinn, e naturalmente Stansted. Sono le porte che conducono a luoghi che amo o che ho amato e la loro frenesia, il loro traffico, per me significa l’emozione della partenza. Succede quando vivi in un’isola che la partenza si associ automaticamente all’aereo. Gli aerei, a me come a tanti, hanno aperto il mondo. Io spero, o mi illudo, che in futuro si trovino soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei voli. Sono pensieri senza risposta per me al momento. Riflessioni che rimbalzano nella mia mente come i nostri passi sul pavimento di Stansted, quella sala dai ristoranti chiusi come lo stomaco di un animale in svernamento, quasi letargico. Un aeroporto addormentato e nudo. Che spero un giorno si risvegli.

Francesca

Commenti

  1. Anna

    Articolo bello ed emozionante, per me che dentro agli aeroporti praticamente ci vivo sin da piccola. In particolare dentro ad un aeroporto perennemente affollato, che in questi mesi si è ritrovato col terminal internazionale vuoto e mezzo incartato, come hai detto tu del ristorante. Proprio stamattina sono stata a fare colazione nel bar della stazione che, specialmente in estate, è pieno zeppo di gente e nessuno ti dà retta. Oggi c’ero solo io. Fa strano.

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