Cuba: quattro giorni a L’Avana

Siamo a Cuba e il nostro viaggio inizia. Aeroporto a L’Avana, la sera del 7 febbraio, dopo essere partiti da Francoforte e aver fatto scalo a Madrid. Arriviamo alle 8:00 di sera ora locale 1:00 di notte ora europea. Siamo in viaggio da quasi 20 ore. L’aeroporto è piccolo, i controlli di sicurezza sono piuttosto veloci. Dopo le porte ci ritroviamo in una sala dove tutti aspettano gli arrivi; facciamo la fila agli sportelli della CADECA, la cassa di cambio. La sala è piena di gente, molti con cartelli, e la folla non accenna a diminuire. C’è tanto chiasso. Abbiamo fatto lo sforzo di restare svegli per tutto il volo per adattarci subito al fuso orario di Cuba, ma siamo stanchi e frastornati. Prendiamo un taxi verso la casa particular che ci aspetta nel centro storico, L’Avana vecchia.

L’Avana ci dà il benvenuto con strade extraurbane piuttosto buie e un taxi che va veloce, con musica locale a tutto volume. Entrando in città mi prende un colpo quando vedo i pedoni attraversare a caso ovunque, praticamente lanciandosi nel traffico. Dal giorno dopo scopriremo quanto sono rare le strisce pedonali qui, e cominceremo a farlo anche noi, sebbene con maggiore prudenza. Gli autisti, compreso il nostro tassista, ci sono abituati e schivano tutti.

Il tassista si ferma a un portone, suona, si informa sul nome della nostra casa da un ragazzo che è sceso ad aprire, e ricevuta conferma ci lascia lì. Il portone è stretto, incassato in una facciata dall’aria antica accanto a un altro portone. Ci rendiamo conto che si tratta di una casa unica divisa in due, infatti ci troviamo a salire scale che portano alla parte alta, mentre il portone affianco si apre sul cortile. Al piano di sopra ci accoglie Esther, una donna piccolina e snella dall’età difficile da intuire, con un sorriso ospitale. Si informa sul nostro viaggio, ci chiede i documenti per registrare il nostro arrivo e ci permette di usare la sua connessione internet per mandare un messaggio a casa. Chiacchieriamo un po’ con lei che ci dà qualche consiglio per la nostra permanenza, infine crolliamo, vinti dalla stanchezza.

Esther ama ricamare, e questi sono tutti suoi lavori.

L’Avana giorno uno: passeggiate e ricerche per il centro

Il nostro primo giorno a Cuba comincia con una colazione vicino alla casa particular, in un posto consigliato da Esther che offre all you can eat per un prezzo ragionevole. Ci rendiamo ben presto conto, come già ci aspettavamo, che i ristoranti e bar sono molto concentrati nell’Avana vecchia turistica, e fra i clienti non ci sono locali. In giro, gatti che chiedono cibo. Diventeranno una visione frequente, gatti e anche cani che girano per le città sperando negli avanzi dei ristoranti. 

Iniziamo anche a capire che secondo i cubani le uova sono imprescindibili nella colazione occidentale. Esther ci ha mandato qui scusandosi del fatto di non poterci offrire la colazione come farebbe normalmente perché non è riuscita a procurarsi uova. Rimarremo sempre in dubbio se sia una scusa o se veramente secondo i cubani tutti debbano mangiare uova a colazione. Fatto sta che durante il viaggio non riusciremo a liberarcene, tanto da stabilire una disintossicazione al ritorno a casa. Ma per adesso tutto ciò ci è ignoto, facciamo colazione e mangiamo la nostra razione di uova senza farci troppe domande. 

Il nostro compagno di colazione.

Dopo la nostra prima colazione cubana, privi di mappa (grave errore) e di internet, ci inoltriamo per le vie del centro storico. La nostra prima giornata passerà così, passeggiando un po’ senza meta. Cosa vediamo in questo primo giorno di camminate? Il Malecòn, che ci colpisce per la sua immensità e per la scarsità della ristrutturazione dei palazzi, i più esposti alla corrosione del sale; il Gran Teatro de La Habana, dove decidiamo di regalarci biglietti per il balletto per la sera dopo; il Capitolio, palazzo del parlamento ispirato alla Casa Bianca (ovviamente costruito prima della Rivoluzione); diverse strade e piazze del centro storico, come Piazza San Francesco che si affaccia sul vecchio terminal della navi. 

Mezzo incartato, ma una certa somiglianza con una certa Casa Bianca si nota, no?

Verso l’ora di pranzo, affamati e assetati, ci ritroviamo in Calle Obispo. Scopriremo in seguito che se si gira per L’Avana vecchia, Calle Obispo è sempre lì e prima o poi la si incrocia. Prendiamo una pizzetta da un “buco nel muro” (una tipologia frequente di stand alimentari dove si vende cibo da asporto) e compriamo anche un bidone da cinque litri di acqua che ci basterà fino alla prossima tappa. La pizzetta è fritta, grassa, con un salame di provenienza dubbia, e l’acqua costa il doppio del normale (scopriremo). Ma per ora va bene. 

Il Malecòn, il famoso lungomare.

La seconda ricerca ci conduce nel Barrio Chino, la vecchia Chinatown di L’Avana. Lì si trova il palazzo delle telecomunicazioni, dove veniamo indirizzati per procurarci una tessera internet. Queste tessere consentono di collegarsi alla rete in alcuni hotspot sparsi per le città a Cuba. Dopo una fila che dura circa un quarto d’ora, prima nella hall del palazzo poi negli uffici, acquistiamo per 5 CUC una tessera da 5 ore. Non riusciremo però a farla funzionare a L’Avana per problemi di rete, se non a casa di Esther. 

Ebbene sì, Chinatown esisteva anche a L’Avana!

La sera siamo stanchi, perciò scegliamo a caso tra i ristoranti tutti uguali vicino alla casa. Finiamo in un posto turistico e sovrapprezzato, senza infamia e senza lode. Pazienza, a volte il comfort è più importante. Ciò che ricordo di quella sera è un gruppo di giapponesi nel tavolo accanto a noi che continua a ordinare da bere e si sfonda di aragosta. Poi casa e riposo.

Piazza vecchia by night, un sogno.

L’Avana giorno due: tour guidato per L’Avana vecchia, museo coloniale, spettacoli

La nostra seconda giornata è cominciata con un free walking tour consigliato da Esther, che partiva da Plaza del Ángel nella città vecchia. Avevamo la possibilità di scegliere fra un tour del centro e un tour di Avana vecchia e abbiamo optato per il secondo. La nostra guida, Pepe, ci porta in giro per la città vecchia e racconta la storia de L’Avana, insieme a qualche aneddoto buffo. Scopriamo che le nicchie sulla facciata della Cattedrale sono vuote perché la chiesa è stata costruita dai gesuiti che furono cacciati da Cuba prima di finirla. Dopo di loro arrivarono i francescani, e dal momento che la loro regola come ordine imponeva la semplicità, decisero che la facciata andava bene così, senza statue. Scopriamo anche il perché della strana forma dei piloni stradali a L’Avana: sono cannoni, presi dalle fortezze e riciclati come pilastri sparsi per la città. L’Avana, capitale del riutilizzo. 

Ampsicora testa la solidità dei piloni-cannoni.

Pepe dispensa consigli su alcuni dei ristoranti che incrociamo. Su alcuni posti famosi, come La Bodeguita del Medio, è piuttosto onesto, dicendo che ne vale la pena solo perché è una tappa classica di un giro nella città. Pepe dice che Hemingway è un’istituzione a L’Avana, in tutta la città esistono tracce e leggende sul suo passaggio; nei bar dove non è stato, possono dirti che forse è passato lì davanti o perlomeno è entrato a usare il bagno. Le tre ore del tour passano in fretta, ma quando finisce noi siamo affamati e anche un po’ stanchi. Ci sediamo in uno dei ristoranti che sono stati consigliati durante la camminata, non troppo lontano dalla casa: non è male, ma la sensazione che le persone non vogliano farci uscire dal circuito turistico si fa sempre più forte. Inoltre qui è tutto sempre e costantemente fritto, e il mio stomaco ne pagherà le conseguenze per tutto il viaggio. 

I gatti regnano, e normalmente risiedono in questi sbocchi delle antiche tubature fognarie.

Dopo la tappa cibo, non ci restano molte ore a disposizione, perché abbiamo un appuntamento per una cena presto. Visitiamo comunque il museo coloniale, una piccola e interessante attrazione nella piazza della cattedrale. Il museo è in realtà una casa, ristrutturata e riempita di oggetti del diciannovesimo secolo che illustrano la vita di una famiglia altolocata dell’epoca. Abbiamo osservato con molto interesse in particolare le vetrate colorate e il mobilio finemente intagliato. Nel museo ci sono diverse donne che lavorano come guide, e danno spiegazioni interessanti mentre si gira per le sale. Meglio approfittarne per fare più domande possibile, perché alla fine della visita una mancia è d’ufficio. 

La camera da letto della casa coloniale ricostruita.

Alla sera, incontriamo Yasniel. Ricardo è stato messo in contatto con lui da una sua cugina con un fidanzato cubano. Yasniel è il cugino del suddetto fidanzato. Per fare prima, io e Ricardo ci riferiamo a lui come al “cugino del cugino”. Yasniel ci porta a cena –  finalmente! – in un posto dove mangiano prevalentemente locali. Il cibo è migliore che nei posti dove abbiamo mangiato finora e costa un quinto. Yasniel è simpatico, con un senso dell’umorismo un po’ sfrontato che ben si addice a chi si guadagna da vivere portando a spasso i turisti in calesse. Ci racconta che lavora in coppia: il suo collega si occupa di guidare il cavallo, lui che parla un po’ di inglese procaccia i clienti e fa il tour. Diversi locali gli pagano una percentuale per procacciare clientela, così lui li suggerisce sempre ai turisti. Un terzo del guadagno poi va a lui. Scoprire i retroscena del turismo a Cuba è decisamente interessante!

La scalinata del Gran Teatro.

Dopo cena Yasniel ci accompagna al Gran Teatro, il nostro spettacolo comincia alle otto e mezzo! Il balletto è Romeo e Giulietta, ed è bellissimo. Peccato che due problemi ci impediscano di godercelo fino in fondo: l’aria condizionata che trasforma in poco tempo in ghiaccioli e il jet-lag. Ricardo non ha problemi fin quasi alla fine, mentre io dall’inizio fatico a tenere gli occhi aperti. Cerco di guardare più che posso, ma ho le palpebre di piombo. Comunque ne vale la pena, il teatro è molto decorato all’interno e ben tenuto. Nel pubblico ci sono molte signore eleganti con abiti da sera. Mi chiedo come facciano a non gelare, ma sembrano tollerare il freddo meglio di me. Il balletto chiude il nostro secondo giorno a L’Avana, e per il terzo ci ripromettiamo di essere più attivi.

La Cattedrale by night. Le nicchie saranno anche vuote, ma la vista è comunque bellissima.

L’Avana giorno tre: il Museo della Rivoluzione, la fortezza della Cabaña, L’Avana in fiera

Il nostro ultimo giorno a L’Avana comincia con una visita al Museo della Rivoluzione. Ci colpisce subito la grandiosità dell’edificio, infatti si tratta del palazzo presidenziale dell’epoca pre-Castro. Le sale raccontano le vite dei combattenti e la storia della Cuba rivoluzionaria, ma perlopiù sono piene di memorabilia, oggetti appartenuti ai protagonisti. In effetti la sequenza temporale delle sale è poco chiara, e anche le spiegazioni sono più propagandistiche che informative. Per fortuna noi prima di partire ci siamo preparati guardando la serie di documentari The Cuba Libre Story su Netflix, altrimenti avremmo capito davvero poco delle vicende di Cuba. Il museo comunque è interessante; in particolare, ci colpisce l’esibizione della Granma, la barca che portò i combattenti sull’isola. Confesso che a me e Ricardo l’idea di un’invasione rivoluzionaria su una barca chiamata nonna faceva piuttosto ridere.

I poster che inneggiano alla fine del regime Batista nel Museo della Rivoluzione.

 Il resto della nostra giornata è passato oltremare: abbiamo infatti preso il traghetto per visitare le fortezze del Morro e della Cabaña che si trovano dall’altra parte della baia dell’Avana. In quei giorni era anche in corso la Fiera Cubana del Libro, quindi speravamo di poter trovare qualche interessante ricordo. Già nel traghetto ci troviamo immersi in un’atmosfera vivace, fra pochi turisti come noi dall’aria un po’ spaesata e locali che sparano musica da stereo a spalla e chiacchierano a voce alta. Per prima arriviamo alla Cabaña, dopo una breve camminata dal traghetto. Trovare il posto è facile, basta seguire il flusso di gente. La fortezza è alta e massiccia, maestosa, piena di persone. Tutta Cuba sembra essersi trasferita qui oggi. La Fiera del Libro è sparsa per stanze, anche se la maggior parte degli stand sono stranamente privi di libri. Più esploriamo, più la fortezza si stende davanti a noi, pare diventare sempre più vasta. E i cannoni fanno la felicità di Ricardo, che li fotografa tutti e per ognuno controlla il periodo e la provenienza. Capiamo bene perché ne avessero così tanti da poterli usare come piloni per le strade. 

Una delle tante file di cannoni della fortezza.

Dopo qualche ora arriviamo alla fine della Cabaña e della fiera, e ci dirigiamo verso il Morro, ma camminando fuori dalla fortezza ci ritroviamo in mezzo a quella che sembra quasi una festa di paese. Un lunapark affollato e circondato da chilometri e chilometri di bancarelle di cibo. Ci sentiamo fuori posto, in quest’area intasata di persone non c’è neanche un turista e noi saltiamo all’occhio come alligatori a un ballo. Però qui nessuno ci chiama, nessuno cerca di venderci nulla; è una novità assoluta, dopo che per tre giorni siamo stati accompagnati dovunque andassimo da un coro di “taxi? ristorante? hey amigo, hey amigo?”, e ci rilassiamo. Compriamo del pollo da un venditore ambulante e ci sediamo sul prato a mangiare. Per la verità avrei preferito un gradino o una panchina, dato che i bordi delle strade e i prati qui sembrano pieni di immondizia buttata a caso, ma non troviamo nulla di tutto ciò e ci rassegniamo. Ci rifocilliamo, con il sole del tardo pomeriggio che ci accarezza e cullati dall’incessante brusio della vita cubana. 

L’Avana dal mare.

Più tardi saliamo fino alla statua del Cristo, costruita per somigliare a quella di Rio de Janeiro, e infine torniamo indietro a bordo del traghetto. Dopo tre giorni di cauto avvicinamento e di esperienze stranianti, ancora non so se apprezzo Cuba o meno. Questa isola di persone che, chissà, forse in fondo sarebbero felici di tenersela per sé, ma hanno bisogno dei turisti e non si fanno problemi. Cuba non è delicata, e io comincio ad avere la sensazione che questo viaggio sarà una sfida più grande di qualunque altro abbia affrontato finora. Mi sento completamente sradicata dalla mia comfort zone. Decido che resistere è futile; mi lascerò andare a questo flusso vitale, pulsante, a volte aggressivo (specie per le orecchie o per il naso) e vedrò dove mi porta e cosa ha da dirmi. Del resto, a che scopo viaggiare altrimenti?

Il Cristo non ha le braccia aperte, ma è comunque decisamente imponente.

Un’ultima mattina a L’Avana vecchia e si parte: Viñales ci aspetta!

Esther ci propone un trasferimento in taxi per Viñales organizzato da lei che parte alle otto di mattina. Scopriremo che questa è prassi comune fra le casas particulares, e che tutto sommato è il modo più comodo e conveniente di spostarsi. Ma in questa fase non lo sappiamo ancora, perciò decliniamo l’offerta e decidiamo di concederci un’ultima mattina a L’Avana. Io voglio girare un po’ in santa pace e scoprire qualche mercatino, e Ricardo vuole salire sul campanile della cattedrale di san Cristobal. 

Calle Obispo la mattina, quando si può girare con calma, è di una bellezza pastellosa e dolce.

Ci ritroviamo per l’ennesima volta in Calle Obispo e per prima cosa passiamo alla pasticceria San José e facciamo scorte per colazione. Ripasseremo più avanti per il viaggio. Obispo è incredibilmente pacifica prima delle dieci, c’è poca gente e diventa la passeggiata più bella che abbiamo fatto finora a L’Avana. Possiamo goderci l’architettura, osservare le case, fermarci a fare foto, tutto senza il flusso incessante di turisti e l’altrettanto incessante richiamo degli hustlers. Perfino per la musica è presto. Un relax incomparabile. 

L’immancabile foto acchiappalaic. Non potevo esimermi, e poi adoro il turchese.

Ci dirigiamo poi verso la piazza della cattedrale. L’interno della chiesa è molto semplice, ma gradevole, e siamo felici di salire sul campanile. Le scale non sono particolarmente ostiche, in meno di dieci minuti siamo in cima: la vista della piazza è molto bella, e dall’altra parte si vede il mare in lontananza. Restiamo giusto il tempo di fare qualche foto. Un’ultima tappa a Calle Obispo per procurarci il pranzo, e si parte. Ci facciamo portare da un taxi alla stazione degli omnibus, dove ci mettiamo in cerca di un collettivo. Ci vorrà un po’ prima di riuscire a negoziare un prezzo accettabile, sul quale il mediatore di turno tenta di rialzare all’ultimo. Alla fine però partiamo, con un tassista che si rivelerà estremamente amichevole e che ci offrirà un caffé prima di partire. 

La vista sulla fortezza del Morro dalla Cattedrale.

I primi giorni a L’Avana ci hanno mostrato già il bello e il brutto di Cuba, e ora non vediamo l’ora di sperimentare le campagne. Viñales arriviamo!

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