Voci di viaggiatori: Linda Brown, la baby boomer giramondo

Ho conosciuto Linda due anni e mezzo fa, durante una serata open mic in un ostello di Tallinn. Capelli corti bianchi, spiccato accento americano e pantaloni neri a zampa di elefante, una signora sulla settantina dalla vitalità contagiosa. La sua esibizione è stata il racconto della sua vita e dei suoi viaggi. Linda è una giramondo e una narratrice trascinante, ha scelto questo stile di vita dopo la pensione e ha lasciato gli States per soddisfare una fame di viaggio che portava dentro da tutta la vita. Ora dal suo blog Heyboomers incita i baby boomers a lasciar perdere botox e viagra, mettersi lo zaino in spalla e partire. “I baby boomers sono i vecchi hippie di una volta, quelli che viaggiavano a piedi. Io all’epoca ero a casa a fare la mamma, ma ora sto recuperando.” E sta recuperando davvero alla grande Linda. Quando l’ho conosciuta, era nel mezzo del suo terzo viaggio intorno al mondo.

Ho deciso che dovevo intervistarla. Ne è venuta fuori una chiacchierata di quasi un’ora durante la quale abbiamo parlato di tutto, dalla vita agli ostelli alla spiritualità. Un’ora di registrazione che è poi rimasta nel computer per quasi tre anni. Lo ammetto, il pensiero di mettere per iscritto e tradurre quella montagna di parole mi terrorizzava. Mi chiedevo come fare a tirarne fuori un articolo che non diventasse un romanzo. Perciò questa intervista, che avrebbe dovuto essere pubblicata molto tempo fa, conterrà solo le parti più importanti. Fidatevi, basterà a farvi venire voglia di partire. 

Al centro, Linda. Mi mandò alcune foto quando le chiesi di intervistarla.

Come hai iniziato a viaggiare, Linda?

Dopo l’università, mi sono sposata e ho avuto figli, e per molto tempo sono stata una mamma. Quando i miei figli sono cresciuti,  ho divorziato e ho ritrovato un po’ di libertà. Ora sono pensionata, quindi sono del tutto libera di viaggiare finanziandomi con la mia pensione. Se si riesce ad arrivare a un’età abbastanza avanzata, è molto conveniente, perché allora si è del tutto liberi. Ma il mio primo assaggio di viaggi intorno al mondo è stato nel 1990. Quando l’Unione Sovietica ha aperto le porte ad americani e occidentali, io e un’amica abbiamo approfittato dell’apertura per andare a incontrare i russi, il cosiddetto ‘nemico’. Un’idea assurda, perché andavamo perfettamente d’accordo; era fantastico incontrarsi e molto difficile separarsi.

Così mi sono trovata coinvolta nell’organizzazione di questi “Citizen Diplomacy Tours”. Organizzavamo viaggi tematici, pensando in grande. Ad esempio abbiamo portato biologi al lago Bajkal in Siberia; era la prima volta questi scienziati potevano entrare nella zona. Durante i tour, tutti alloggiavano presso famiglie, e quando i gruppi se ne andavano, la separazione era sempre un momento di commozione e tristezza. Questo mi ha tolto ogni paura del viaggio, e mi ha regalato una fede assoluta nel realizzare quello che si vuole; basta pianificazione e ricerca. Tenendo conto dei limiti della legge, dei visti e via dicendo, tutto è possibile.

Come è nato il tuo progetto di viaggiare intorno al mondo?

Ho pensato che, dato che stavo partendo, potevo fare un giro ampio e tornare dall’altra parte. Non avevo limiti di tempo, potevo stare via a lungo, ed essendo in pensione non dovevo lavorare. Non ho mai fatto crociere o viaggi di gruppo, a parte quelli che ho pianificato e guidato io, quindi semplicemente non avevo motivo di andare in un posto e tornare indietro. Tanto valeva fare il giro del mondo. 

Ci sono state difficoltà o limiti, fisici o psicologici per adattarsi a questo stile di vita?

Se ci sono stati li ho dimenticati. Questa è una vita che volevo fare da tanto tempo. Mi sono presa cura di mia madre per gli ultimi tre anni della sua vita, e di mio figlio che aveva una disabilità neuromuscolare per gli ultimi otto anni della sua vita, quindi per undici anni non sapevo se sarei mai stata libera di viaggiare. Ho passato molto tempo gestendo la famiglia, ora tutti hanno le proprie vite e sono felici; mia figlia è a Denver con il marito e i miei due nipotini, e ogni tanto vado a trovarli per circa un mese. Ho anche una sorella e un cognato, ma questo è tutto. Siamo comunque sempre in contatto online. 

Il problema all’inizio è stato: come faccio stare tutta me stessa in una valigia o uno zaino? Adesso però mi sono privata di tutto ciò che possedevo, e non è stato difficile. Non ho una casa, a parte gli ostelli dove alloggio, e tutto ciò che ho effettivamente è il contenuto di una valigia. Ora sono una vagabonda, e lo adoro. 

Cosa pensa la tua famiglia a casa del tuo stile di vita? 

Sono orgogliosi. Sono felici per me e non sono preoccupati. Vivo così da molto ormai. All’inizio, durante i miei viaggi in Russia, nel corso di quattro anni ho passato un totale di diciotto mesi via, quindi hanno avuto il tempo di abituarsi. Ora adorano sentire i miei racconti. Scrivo blog e libri, e siamo sempre in contatto, ma non richiedono la mia presenza a casa. 

Viaggiare e scrivere sono inestricabili per te?

Non credo avrei molto da scrivere se non viaggiassi. Il mio blog e uno dei miei libri sono dedicati a ciò che si prova quando si viaggia alla mia età. Ho quasi settantanove anni adesso (nel 2016, ndr) e non ho ragione di smettere di viaggiare perché la mia salute va benissimo e non ho paure. La maggior parte delle persone, soprattutto i miei coetanei, non capiscono questa visione della vita e non sono particolarmente comprensivi. Ma io non sono una hippie troppo cresciuta.

Io sto scoprendo il mondo per tutti, e cerco di esprimere la bellezza che trovo per strada e il fatto che tutte le persone sono così simili le une alle altre. Io non voglio viaggiare come una turista; cerco di stare a lungo in una zona e conoscere quante più persone possibile. E ogni volta riscopro questo fatto: sotto la pelle, ci sono molte poche differenze tra le persone. 

Il libro di Linda diretto alla sua generazione.

C’è mai stato un posto o una situazione dove ti sei sentita sola o fuori posto?

No, mai. Non mi sono mai sentita in pericolo o sola. Mi posso sentire sola quando sono di fronte alla bellezza. Un paesaggio magnifico, una bellissima cattedrale, un centro storico, cose significative che vorrei condividere con qualcuno, affinché anche loro possano provare gli stessi sentimenti. A volte vorrei avere i miei nipotini con me, e verranno con me quando potranno. Ora sono a scuola. Ma no, non mi sento mai fuori dal mio elemento, o sola o in pericolo. Ho anche una vita interiore e spirituale molto attiva, quindi c’è sempre qualcosa da fare. 

Qual è secondo te la differenza fra i viaggi dei baby boomers in passato e i giovani di oggi?

Secondo me gli hippies erano davvero scatenati e molto meno controllati rispetto ai giovani di adesso. Oggi sono viaggiatori seri, studenti universitari… Sono molto sofisticati per quanto riguarda il mondo. Credo che gli hippies volessero solo divertirsi, però hanno infranto barriere e aperto porte, e hanno imparato per strada. Oggi internet rende tutto molto più facile, basta andare online e cercare informazioni, comprare biglietti, prenotare alloggi. Non so come facessero negli anni sessanta, io ero sposata e mi stavo occupando dei miei figli, quindi non lo facevo. Ma sicuramente non era altrettanto facile. Credo che cantassero e fumassero erba insieme, ma potrei sbagliarmi, dato che non c’ero. 

Credi che gli strumenti tecnologici ci rendano viaggiatori più consapevoli o rischiano di alienarci?

Credo che succedano un po’ entrambe le cose. Molto spesso si vedono persone che sono talmente impegnate sui loro cellulari o su tutti questi gadget elettronici da non guardare il paesaggio. Altre volte le persone si isolano quando sono in gruppo guardano il cellulare. Lo vedo succedere di continuo. Credo che questi strumenti siano una sfida a non perderci nell’etere. Allo stesso tempo, aprono così tante possibilità. Ci aiutano a tenerci in contatto più regolarmente con le persone, ad esempio. 

Cosa consiglieresti a chi vuole viaggiare da solo e uscire dal proprio guscio, conoscere persone nuove?

Bella domanda. Un suggerimento è di trovare posti che facilitano il parlare con gli estranei. Come gli ostelli ad esempio. Negli hotel o nei ristoranti non ci si presenta agli estranei, e a mio parere più l’hotel è costoso, meno contatto sociale è possibile. Quindi in parte si tratta di trovare posti appropriati per socializzare. Se ti trovi nel posto adatto, non trattenerti. Spesso io semplicemente mi faccio avanti a mano tesa e dico “Ciao, sono Linda, tu chi sei, da dove vieni? Dove sei diretto?” e da lì subito parte la conversazione. Ma ci sono molti posti dove non è possibile, e ovviamente lì rispetto la situazione. 

Il nostro incontro a Tallinn.

Linda, perché questo terzo viaggio intorno al mondo di quattro anni?

Ruota intorno a un punto centrale. Questo è il mio terzo viaggio intorno al mondo, e ho deciso di farlo di quattro anni. Ho iniziato esattamente due anni prima del mio ottantesimo compleanno, e ho scelto il posto dove compirò i miei ottant’anni. Da lì, mi sono data due anni ancora di tempo. Il posto che ho puntato sulla mappa è in mezzo all’Africa: il lago Vittoria. L’ho scelto per il suo significato: se posso arrivare da sola con il mio bagaglio in mezzo all’Africa, per me sarà una vittoria di cui essere orgogliosa.

Gli ottanta sono spesso visti come un passaggio, allo stesso modo dei quaranta, e la famiglia spesso viaggia per celebrare un ottantesimo compleanno. Ma non mi aspetto che la mia famiglia si faccia carico della spesa di raggiungermi in Africa, anche perché finora intorno al lago Vittoria ho visto solo hotel a cinque stelle. Non ho trovato nessun ostello finora. Ironico, perché alloggiare in ostello per me è anche un modo per attenermi al mio budget, ma quando raggiungerò il mio obiettivo per il mio ottantesimo compleanno potrei trovarmi a spendere 300 dollari a notte per il privilegio di passare otto ore a dormire. In un hotel dove non oserei fare conversazione con gli altri ospiti. 

Hai incontrato molti della tua generazione che viaggiano come te?

Non molti. Ma ad esempio ho incontrato una coppia per cui ho fatto housesitting a Santa Fe, New Mexico. Loro stavano in Uruguay al momento. Ci sono diversi cittadini americani che scelgono di espatriare. Spesso diventa una questione economica, perché adesso è molto costoso vivere negli USA. Così la pensione dura molto di più all’estero. L’Asia ad esempio è molto economica, la Malesia, la Tailandia, la Cambogia, così come il Sud America o l’America Centrale, l’Est Europa. Molti quindi espatriano. Non vuol dire che rifiutino il proprio paese, ma mettono radici altrove. A volte sono anch’io un’espatriata. Mi è capitato in Uruguay. Davvero, posso andare ovunque io voglia. 

Ci sono posti che porti nel cuore, dove ti sei sentita particolarmente a casa?

A volte mi sono sentita più a casa in paesi stranieri. Ho amato il Messico, a parte Cancun che somiglia alla Florida e Mexico City perché non amo le grandi città. Qui mi trovo bene, ma in effetti mi trovo bene ovunque io vada, particolarmente se non sono città grandi. Ma sono un po’ stanca del posto da cui vengo. La Florida mi annoia, e la vita diventa una tale routine che non c’è più molto da scoprire. Ho visitato tante zone degli USA, mi piace e mi fa piacere tornare, ma dopo un po’ non vedo l’ora di partire di nuovo.

Credo sia nel mio DNA, perché da entrambi i rami della mia famiglia discendo da capitani di mare, una cosa che risale fino ai grandi vascelli a tre e quattro alberi. So molto dei miei antenati e ho scritto sceneggiature su di loro e sulle avventure in mare di mio padre. Credo quindi che in parte sia una questione di eredità. Devo continuare a muovermi e a scoprire posti nuovi. 

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