Hangzhou: laghi, Buddha, e raffreddori, tutti monumentali | Diario di viaggio Cina

La mattina del 16 maggio partiamo presto per Hangzhou. Il treno è alle otto di mattina, il nostro primo treno diurno. Facciamo colazione con dei buns avanzati e si parte. Il treno ha sedili sorprendentemente ampi e comodi, più grandi dei nostri. Quando arriviamo, io non sto bene. In effetti l’arrivo a Hangzhou coincide con l’inizio di una sequenza di malanni che mi prenderanno tutti insieme disturbando i nostri piani. Si comincia con un mal di gola che imputo all’aria condizionata selvaggia di Suzhou. Ad Hangzhou sarà anche peggio. Ancora più caldo e umido fuori, ancora più aria condizionata dentro.

Sarò tappa io, ma non tocco.

Il primo giorno ad Hangzhou fra Mc Donald’s e il meraviglioso lago dell’ovest

Arriviamo facilmente all’ostello, che si rivelerà probabilmente l’alloggio più scomodo del viaggio. La stanza praticamente è poco più larga del letto, con un bagno delle dimensioni di una cabina doccia. Ovviamente il bagno è una wet room, cioè un telefono e un rubinetto da doccia fissati al muro e lo scarico sul pavimento. Di per sé questo tipo di arrangiamento non mi disturba, ma qui il bagno è minuscolo, quindi con una doccia si allaga tutto. La stanza è piuttosto opprimente, perché c’è solo una finestra minuscola che dà su un muro, e non è neanche troppo pulita. Pazienza, sono solo due notti. Un vantaggio enorme dell’alloggio è la location: si affaccia sull’unica via storica preservata di Hangzhou. Di fatto siamo in una sorta di centro storico molto frequentato, e da qui è facile muoversi. Il nostro primo movimento sarà, nel primo pomeriggio, cercare un bancomat e un posto dove pranzare.

Il bancomat richiede una ricerca più approfondita del previsto; tutte le banche che incrociamo sono piccole e locali, e non accettano le carte straniere. Chiediamo perfino a un piccolo ufficio turistico, senza risultati. Alla fine ci arrendiamo alla fame e al caldo e ci fermiamo a mangiare da McDonald’s, che sembra la cosa più economica aperta nelle vicinanze. Siamo curiosi di fare un confronto con la nostra versione. La nostra impressione è che in Cina adorino il pollo, che ha molto più spazio di quanto siamo abituati a vedere; troviamo inoltre una profusione di tipi diversi di té tra le bevande, incluso il bubble tea a cui io mi sto affezionando, nonostante la sua assenza di sapore riconoscibile. Rimaniamo però nel complesso delusi dalle dimensioni dei panini, piuttosto scarne. Va beh, ce la siamo cercata. Dopo questa tappa riusciamo finalmente a trovare un bancomat che accetti le nostre carte e la paura di restare squattrinati fino a Shanghai si attenua.

A questo punto basta tergiversare, andiamo al lago, l’attrazione più famosa di Hangzhou.

Sì, è immenso e bellissimo.

Hangzhou viene spesso presentata online come una città non particolarmente attraente; io su questo non mi posso pronunciare, non avendo visto molto della zona urbana in sé e per sé. Su una cosa però tutti concordano: il Lago dell’ovest è meraviglioso e vale una visita. Su questo concordo anch’io e aggiungo, specialmente con il caldo. Il lago è circondato da un magnifico parco fitto di alberi, un rifugio ideale dall’afa opprimente. Anche nell’antichità doveva essere considerevolmente apprezzato, perché esiste un mito secondo cui in Cina siano presenti più di trenta laghi con il nome Lago dell’ovest e che prendano tutti il nome da questo. Che sia vero o no, testimonia senz’altro la fama di questo imponente specchio d’acqua di 6,5 chilometri quadrati. Al Lago dell’ovest sono state dedicate nei secoli molte poesie. Ne condivido qui una in inglese, non avendo trovato traduzioni in italiano:

“The lovely Spring breeze has come
Back to the Lake of the West.
The Spring waters are so clear and
Green they might be freshly painted.
The clouds of perfume are sweeter
Than can be imagined. In the
Gentle East wind the petals
Fall like grains of rice.”
Ouyang Xiu (1007–1072), excerpts from Spring Day on West Lake
Da qualunque angolazione e con qualunque luce, il lago è affascinante.

Il lago è enorme, impossibile fare il giro completo nel breve tempo che abbiamo a disposizione; ci accontentiamo di passeggiare tranquillamente, un po’ sulla riva un po’ perdendoci tra i sentieri e immergendoci nel verde. L’atmosfera in quello che a breve sarà il crepuscolo è rilassante e suggestiva. Fa comunque caldo e ci sono parecchie zanzare in giro, perciò ci spalmiamo di repellente, e approfittiamo con gioia delle bancarelle di gelati che incontriamo in giro per il parco. Ne prendiamo uno a testa, io al mango e Ricardo, che vuole osare, al durian, ma hanno lo stesso sapore, dolce e fruttato, forse sono entrambi al mango. Notiamo che i ghiaccioli sono praticamente inesistenti, tutti i gelati sembrano avere una consistenza cremosa. Ci sono anche parecchi distributori di bibite, e ci serviamo anche da quelli, provando strani succhi e tè aromatizzati.

Non sono carini e ingegnosi con questa vaschetta per non sporcarsi?

La sera del primo giorno ad Hangzhou: al ristorante!

Torniamo nella nostra zona storica per fare un po’ di spesa e prepararci alla cena. Nelle vicinanze troviamo un negozio di frutta. Ci siamo già innamorati della frutta cinese fin da Xi’an e ancora di più a Suzhou, e anche qui facciamo man bassa. More, litchees, il nostro amato mangostano… azzardiamo perfino l’acquisto di una confezione di durian in vaschetta di plastica. Tutto ciò renderà la nostra piccola e male areata stanza un tantino soffocante nelle prossime 48 ore, però per qualche strano miracolo quasi tutta la frutta resterà mangiabile e verrà perciò mangiata con molto gusto. 

La sera la nostra via storica si è riempita di gente, i negozi e i piccoli stand di street food sono tutti illuminati. Decidiamo però di esplorare le vie accanto, dove abbiamo visto alcuni ristoranti dall’aria interessante. Sono molto simili tra loro, a due piani e disposti uno accanto all’altro, con una facciata in legno decorata. Ne scegliamo uno e andiamo a sederci al piano di sopra, dove rimaniamo ignorati per un bel po’ mentre i camerieri vanno e vengono. Riusciamo finalmente ad attirare l’attenzione e ci portano dei menu con qualche foto, da cui ordiniamo con un po’ di aiuto da parte della cameriera. Mangiamo ravioli, che per quanto mi riguarda sono sempre la scelta più sicura, e spiedini e costole di agnello. La carne però, oltre a essere piuttosto piccante, è grassa in modo alquanto inaspettato (il mio intestino me ne chiederà il conto più tardi in albergo, e lì ringrazierò di essere partita con una farmacia in valigia).

Il nostro traduttore di foto si scatena con “parte del pollo di un ragazzo” e ” sulla discesa a est”.

La cena è comunque buona e saporita. Mentre siamo lì notiamo con un certo interesse l’ingresso di una stanza separata affianco a noi dove a giudicare dal rumore e dal viavai si svolge una cena numerosa. Da dove sediamo non possiamo vedere dentro, ma solo la porta che si apre e chiude ogni volta che un commensale va al bagno o un cameriere entra con un piatto. E di piatti ne entrano tanti. Vediamo passare piatti carichi di dozzine di spiedini, vassoi tondi con tante bottiglie di birra che è una meraviglia che i camerieri riescano a reggerli, lavamani di verdure. Non sapremo mai quante persone ci siano lì dentro, ma in base ai nostri standard hanno consumato cibo per venti.

Le costolette incrimate, dall’aria tanto innocente e appetitosa.

La nostra prima notte ad Hangzhou io la passo insonne. Ricardo dorme come un sasso sotto anestesia, io tossisco. La situazione è insostenibile, perché se tengo l’aria condizionata spenta, la stanza si trasforma in una sauna, se la accendo la mia gola si irrita ancora di più. La bocchetta del resto è completamente lurida, chissà quanta polvere e germi respiro ogni volta che è in funzione. Tossire, starnutire, soffiarmi il naso, ripetere. Cerco di non fare troppo rumore per non disturbare Ricardo, ma probabilmente non si sveglierebbe nemmeno se un esercito di mongoli decidesse all’improvviso di fare esercitazioni ai piedi del nostro materasso. In bagno i miei vestiti lavati a mano nel lavandino asciugano, in camera ogni tanto si palesa una zanzara che mi dedico a far fuori. Medito sulla sfiga di non aver portato lo spray per il naso e di aver finito quello per la gola e del fatto che oltre al resto mi stia anche spuntando una dolorosa afta. Solo verso le sei di mattina riesco ad appisolarmi.

Secondo giorno ad Hangzhou: Lingyin e spalle bloccate

La seconda giornata ad Hangzhou, come prevedibile date le premesse, comincia con dei cambi di programma. Il nostro progetto era andare a visitare il villaggio storico di Wuzhen, ma io sto malissimo e non ho dormito tutta la notte, pertanto necessito di riposo. Cerco di convincere Ricardo ad andare per conto suo per non tenerlo bloccato qui, ma lui stabilisce di farmi compagnia e non c’è verso di smuoverlo. Rimaniamo dunque a sudare nella camera fino più o meno all’ora di pranzo.

Stabiliamo poi di sostituire Wuzhen con il tempio di Lingyin, una scelta improvvisata che però si rivelerà la cosa migliore che potessimo fare.

Il parco che circonda il tempio di Lingyin è ricco di sculture e monumenti, tra cui questa pagoda di pietra.

Arriviamo all’area scenica che contiene il tempio, prendiamo il biglietto ed entriamo, senza sapere bene cosa aspettarci. Quello che troviamo è un parco lussureggiante e incredibilmente suggestivo, costellato da formazioni rocciose dove sono scolpite nicchie e statue di Buddha di diverse dimensioni. L’area è immensa, tanto che non riusciamo a visitarla tutta. Visitiamo però il tempio, che si rivela molto più grande e imponente di quanto ci aspettassimo. Il tempio è costituito da diversi livelli, quasi terrazze che si inerpicano su una collina. Nella sala principale del tempio, la Mahavira, si trova il Buddha Sakyamuni seduto più grande di tutta la Cina. È costruito in legno di canfora e ricoperto di foglia d’oro e risplende nella sala semibuia. Noi siamo probabilmente grandi quando un suo dito. Davanti alla statua, come abbiamo visto spesso nei templi e anche in altre sale di questo, è un tavolo con offerte, perlopiù frutta. Ci sono molte persone che visitano il tempio con noi. Molti pregano, altri scattano foto.

In teoria non si potrebbero scattare foto dentro il tempio: alcuni ovviano al problema appostandosi fuori dalle porte e facendole da lì, altri fanno di nascosto, altri sembrano semplicemente ignorare il divieto. D’altra parte queste sale sono tanto meravigliose che è impossibile non volerne conservare un ricordo indelebile. Trovate comunque alcune foto sulla pagina dedicata al tempio di Lingyin del sempre utilissimo sito Travelchinaguide, che ci ha salvato in extremis quel giorno mentre cercavamo un’alternativa dell’ultimo minuto a Wuzhen.

Una decorazione all’esterno del tempio, una vera esplosione di colore.

Una delle sale presenta cinquecento statue di arhat (ci sono diverse definizioni di questa figura, il sito China Highlights li chiama “discepoli buddisti di alto livello”) disposte in modo da formare la svastica buddista. La svastica infatti è un antichissimo simbolo augurale appropriato dai nazisti e simboleggia l’universo; nei templi che abbiamo visitato in Cina la svastica è onnipresente, il che dà comunque una sensazione strana. Un altro caso di quanto sia importante contestualizzare, specialmente nella storia. Non vediamo tutti gli arhat, ci limitiamo a percorrere due ‘bracci’ della svastica, ed è impressionante quanto la rappresentazione di queste statue in bronzo sia varia e creativa. Sono tutti uomini seduti, ma la somiglianza finisce lì: alcuni sono giovani, altri molto anziani, alcuni sono rappresentati con animali, altri con bastoni o altri oggetti, alcuni hanno caratteristiche strane, come nuvole che escono dalla testa, lobi delle orecchie lunghissimi. bozzi sulla fronte. Ci sarebbe da osservarli minuziosamente uno per uno, ma adesso siamo ormai abbastanza stanchi. Al centro della sala si erge un padiglione con quattro statue di bodhisattva che rappresentano quattro montagne e quattro virtù del buddismo. 

Dopo il tempio abbiamo girato molto per il parco, esplorando le formazioni rocciose e ammirando le nicchie con le rappresentazioni di Buddha. Si nota però che molte, soprattutto le più piccole, sono prive di viso, e a quanto sappiamo questo dipende dal fatto che le facce sono state distrutte durante la Rivoluzione Culturale in quanto reliquie del vecchio pensiero.

Nel complesso il tempio di Lingyin e tutta la zona del parco che lo circonda ci rimarranno nel cuore fra le cose più belle viste in Cina. A volte la meraviglia arriva per caso.

Fei Lai Feng, la “montagna volata da lontano” è una vista incredibile per le sue sculture

La sera del secondo giorno ad Hangzhou: oggi street food

La sera decidiamo di farci tentare dal cibo da strada della via storica, di nuovo affollata di persone. Entriamo in un negozio di alimentari e scopriamo che sul retro si snoda una via di baracchini di street food, ognuno con cibi diversi, dagli spiedini ai dolci dai ravioli al tofu puzzolente. Optiamo per gli spiedini e ci sediamo a uno dei tavoli. Scopriamo subito di avere un grosso problema. Niente fazzoletti né salviette. Mangiando ci riempiamo le mani di grasso e salsa e alla fine siamo ridotti talmente male che ripassiamo in ostello al solo scopo di usare il lavandino. Ed è in quel momento, mentre mi sto lavando le mani, che la mia spalla destra decide di averne avuto abbastanza dell’aria condizionata e si blocca. Per almeno un paio di giorni non riuscirò a infilare vestiti o giacche senza soffrire. Così ora la mia collezione di malanni è al completo, mentre Ricardo sta benissimo e osserva sconcertato la successione di disgrazie che si abbattono su di me.

Gli spiedini al pollo erano i meno buoni, avremmo dovuto prenderli tutti uguali.

Dopo cena partoriamo la seconda idea geniale della giornata e decidiamo di vedere il lago di notte. È uno spettacolo incredibile. Non abbiamo visto molto della città di Hangzhou, ma ne è valsa la pena solo per il lago e il tempio. Di notte ci sono ancora diverse persone che passeggiano, l’aria è leggermente fresca, il lago in penombra sciaguatta leggermente, e sulla riva di fronte brillano le luci della città. Sull’acqua scivolano barche in foggia antica tutte illuminate che a pensarci mi ricordano la barca degli spiriti nella Città Incantata di Miyazaki. Ma Miyazaki è giapponese, qui invece siamo ad Hangzhou, Cina. Questa è una di quelle rare sere in viaggio in cui ti fermi e ti gira quasi la testa pensando a quanto sei lontano da casa.

Ditemi che non sembra un magico vascello degli spiriti.

Durian, fazzoletti e regali: la nostra ultima mattinata ad Hangzhou

Il giorno dopo ci rimane una mezza giornata prima del treno per Shanghai. Ricardo mi convince a fare due passi insieme, e visitiamo qualche negozio di artigianato. Finora non abbiamo – per fortuna – trovato negozi di arte, specialmente di quadri, altrimenti probabilmente Ricardo si sarebbe già lanciato su qualche tela di due metri per due. Per adesso viaggiamo leggeri. Troviamo però un negozio che sembra più carino degli altri, ed espone esclusivamente vasi di porcellana di diverse forme e dimensioni, e scialli di seta. Parlando un po’ a fatica con le signore del negozio, scopriamo che è prodotto da un’associazione di persone con handicap. In ogni caso hanno i loro vasi sono abbastanza piccoli da viaggiare, e gli scialle sono molto belli. Prendiamo qualche regalo. Passiamo anche al supermercato per rinnovare la mia scorta di fazzoletti. In due giorni ho consumato forse quattro pacchetti e il mio raffreddore non accenna a diminuire.

Queste statue sono sparse per tutta la via storica.

Io stabilisco poi di tornare in ostello a scrivere e cercare di riprendermi, perché per colpa della spalla (e del raffreddore, e dell’afta, e della gola) ho dormito piuttosto male. Rimango quindi nella sala comune a raccontare gli ultimi giorni sul mio diario di viaggio, e Ricardo continua le sue esplorazioni nell’afa. Quando torna decidiamo che è il caso di ridurre la nostra vagonata di frutta, e testiamo per la prima volta il durian. Apriamo la plastica con un certo timore, e con nostro stupore non puzza. Il sapore è piuttosto dolce con qualche nota acidula simile al limone, e ho la vaga impressione che non sia del tutto maturo. Nel complesso, non è male, ma nemmeno esaltante. I nostri preferiti restano i mangostani.

Questo allegro Buddha con i suoi amichetti lillipuziani ci saluta mentre andiamo via.

A quel punto è ora di avviarci. Shanghai ci aspetta!

Classe 1988, dalla Sardegna alla scoperta del mondo. Probabilmente ho imparato a leggere e a scrivere prima che a parlare. Le mie abilità sociali sono di recente sviluppo. Nella vita reale, sono una traduttrice freelance, faccio parte di un'associazione di cinema, racconto viaggi, storie e notizie internazionali e mi concentro nella ricerca del risotto perfetto. La multipotenzialità è un vizio di famiglia.
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