Jeonju: intestini arrosto e orecchie di cavallo.

Jeonju: Hanok Village. 

 

    Per arrivare a Jeonju, ci siamo scontrati di nuovo contro una barriera: quella linguistica. Il giorno della partenza da Seoul, io e Ricardo ci siamo diretti in stazione con gli orari dei treni, e con il nostro bel pass ferroviario settimanale in mano. Tanto nella stazione principale della capitale della Corea del sud, gli impiegati parleranno inglese, no? No. 

Arrivati alla stazione di Seoul, ci siamo rivolti a un punto informazioni dove, a gesti, siamo stati diretti verso uno sportello per i biglietti. Arrivati lì, abbiamo messo in crisi l’impiegata e creato una fila di tutto rispetto prima che lei si arrendesse e ci dirigesse dal suo collega, con cui finalmente siamo riusciti a comunicare. Il collega è riuscito senza troppe difficoltà a prenotarci i biglietti e ci ha informato che il KTX – treno ad alta velocità – per Jeonju non partiva da quella stazione, ma da Yongsan, altra principale stazione ferroviaria di Seoul. 

Dopo la visita al Museo Nazionale della Corea, ultima e frettolosa tappa seoulita, e dopo una corsa in metro con le nostre valigie, eccoci sul treno per Jeonju. I treni, soprattutto i KTX, sono decisamente comodi e hanno tutti il wi-fi. Il wi-fi in Corea del Sud è onnipresente. Ho passato due settimane senza usare né chiamate, né sms, né dati, eppure ero connessa buona parte del tempo a reti libere e aperte che facevano parte dei musei, dei palazzi, addirittura dei templi. Ogni tanto tiravo fuori il cellulare tanto per verificare, e stimo che un buon 80% delle volte ci fosse una rete libera qualunque. Così. 

Arriviamo a Jeonju la sera, e la nostra familiare barriera si ripresenta. I tassisti non parlano e non leggono altro al di fuori del coreano. Il nome del nostro hotel è scritto in caratteri latini, quindi buonanotte. Di questo ci accorgiamo dopo esserci schiacciati insieme ai nostri bagagli nella macchina di un tassista che si spazientisce in fretta e comincia a parlare a raffica a voce alta con aria incavolata. Noi restiamo lì seduti, muti, in attesa degli eventi. Alla fine l’uomo chiama qualcuno al telefono e lo passa a Ricardo: è così che scopriamo quasi casualmente un servizio di traduzione telefonica che qui pare i tassisti usino spesso. Comunque alla fine ci porta nel posto giusto al primo tentativo, del che siamo grati perché è buio e siamo stanchi. 

Incontriamo una ragazza che pensiamo sia la padrona o una figlia. Parla un po’ di inglese, quindi facciamo due chiacchiere. Trova il nostro nome in uno strano quaderno pieno di disegni lasciato su un tavolo all’ingresso e ci dice che la nostra stanza è al piano di sopra. La casa sembra piccola, si entra direttamente in un ingresso con cucina a lato, e il tavolo con il “quaderno reception” è anche il tavolo da pranzo. Ce n’è un altro fuori, in una specie di terrazza. La stanza ha il pavimento di legno e le scarpe – come in tutti gli alloggi in cui staremo – si lasciano all’ingresso. Il posto è carino, ma al piano di sopra si sale su una angusta scala a chiocciola esterna di metallo. 

 Mentre tentiamo la scalata, la ragazza ci blocca a metà strada perché si è sbagliata, la nostra stanza è in fondo a destra nel piano che abbiamo già visto. Grande sollievo. Ciò che ci sorprende è il modo in cui le stanze si chiudono: con un lucchetto. Per fortuna io ne ho portati un paio. 

Realizziamo che la ragazza è un’altra ospite della guesthouse e per nostra fortuna ha chiamato la padrona di casa. È lì con il fidanzato. Di lì a breve arriva la proprietaria, che ride di continuo, è decisamente matta, ma gentile. Ci spiega il funzionamento della cucina, tira fuori delle scatolette da una busta e ci chiede se abbiamo fame. Come snack ci offre del riso e dei minuscoli pesciolini che sembrano essiccati e caramellati. E il kimchi, un contorno fatto di verdure fermentate e peperoncino, molto aspro e piccante; il cibo simbolo della Corea. 

Il nostro MOLTO modesto contributo al quaderno: l’itinerario della nostra avventura!

 

    Per Ricardo questo è poco più di uno spuntino, perciò ci avventuriamo nel buio alla ricerca di un posto dove mangiare. Non sembra una zona ricca di ristoranti, nonostante siamo in centro, e comunque è tardi. Alla fine troviamo un locale piccolo e dall’aria piuttosto spartana che sembra specializzato in barbecue. C’è poca gente e pare stiano per chiudere, ma una signora ci fa sedere ugualmente. All’interno, un altro tavolo è occupato da donne che sembrano sue amiche e che hanno intorno una quantità incredibile di cibo. 
Il menu è tutto in coreano, riusciamo a capire solo i prezzi. Ci affidiamo alla donna, che inizia ad affaccendarsi intorno a noi, a portare piatti e piattini di contorni, acqua, e un’enorme piastra rotonda che attacca a un fornello fissato sotto il nostro tavolo. Alla fine porta dei pezzi di carne cruda, che mette sulla piastra, e ci mostra come girarli. Guardiamo la carne. Le signore al tavolo accanto ci guardano di continuo, ridono e scuotono la testa. Quella carne è senz’altro intestino. La cosa rende perplessa me e assolutamente entusiasta Ricardo, che non vede l’ora di provare la novità. 
In effetti devo dire che è buono, a parte i pezzi grandi che risultano un po’ gommosi. Gli amici inglesi di Ricardo sarebbero sconvolti perché in Inghilterra queste parti non vengono usate in cucina, mentre in Sardegna nessuno si scandalizzerebbe per un intestino alla brace – anche se dubito che i miei genitori lo proverebbero. Man mano che giriamo la Corea, noto questa interessante similitudine: sardi e coreani non buttano nulla dell’animale, mangiano tranquillamente interiora, organi e piedi. Uniti sotto la grande bandiera dell’intestino di maiale (forse sto esagerando)


Come la cena, anche la nostra camera rispetta le tradizioni: pavimento di legno riscaldato, scarico per la doccia sul pavimento, tubo della doccia collegato al lavandino, letto hanbok, ovvero materasso poggiato sul pavimento. Per me che sono abituata a dormire su un fianco e a cambiare spesso posizione, è un po’ faticoso. Questo letto è adatto a chi si sdraia nella posizione del cadavere e non si muove per tutta la notte. Il cuscino, più spesso e consistente dei nostri, regge bene la testa e il collo. Mi ci adatterò meglio negli alloggi successivi, che avranno materassi più spessi. 


L’indomani è giorno di camminate per la città. Esploriamo il villaggio hanok, una delle ragioni che ci hanno attirato a Jeonju. In giro è pieno di bancarelle e di gente, molti indossano i vestiti tradizionali. Forse perché è Pasqua o forse solo perché è una domenica di primavera. Il tempo è bello, ma ancora molto fresco. Passeggiamo senza impegno per le strade prive di auto insieme alla folla che si butta su spiedini di carne caramellati e bicchieroni di improbabili granite di tanti colori. Assaggiamo i mochi alla fragola: questi dolcetti di gommosa e bianca pasta di riso con una fragola dentro sono il cibo più costoso e insipido che abbiamo assaggiato in Corea, ma dopo averli visti per anni negli anime, non potevo andarmene senza provarli. 
 
E adesso che si fa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Saliamo su una collina per visitare il Jaman Murales Village, uno slum riqualificato e diventato attrazione. Ci arrampichiamo per viuzze contorte in mezzo a case ancora con il tetto in lamiera. Il posto è invaso di ragazzi e famiglie che ogni pochi metri si fermano a fare foto. Mi chiedo come gli abitanti gestiscano questo flusso; probabilmente però è accentuato dal fatto che è domenica. I murales sono suggestivi e variegati; troviamo ritratti in stile anni Settanta di John Lennon, paesaggi con casette dai tetti rossi, gatti che ammirano immensi cieli stellati. Dalla cima si vede il l’hanok village sotto di noi; per le strade, i costumi sgargianti sembrano figurine di un quadro in movimento. 

Questi muri sono capolavori. 

 

Ci spostiamo su un’altra collina e arriviamo in un luogo deserto, dove scopriamo i resti di un tempio di cui ignoriamo il nome. Lì incontriamo una affettuosa gattina bianca che ci si avvicina cercando carezze o, più probabilmente, cibo. Non abbiamo nulla che possa piacerle, ci limitiamo a coccolarla un po’. Il posto sembra il regno di un gruppo di gatti rossicci tigrati. Uno, il più grosso di tutti, passeggia per i gradini del grande arco di legno colorato come se fosse il padrone. Da lì guardiamo il tramonto scendere sulla città. 

 

Un tramonto color gatto o un gatto color tramonto? 

 

Tornando verso il centro abbastanza tardi scopriamo, un po’ sorpresi, una via dello shopping dove tutto è ancora aperto e le persone girano da un negozio all’altro. Troviamo un posto dove fanno ravioli e facciamo una cena abbondante spendendo molto poco. Ci lasciamo alle spalle neon e luci bianche dei negozi per attraversare di nuovo il buio e tornare alla guesthouse. 

Il terzo giorno ci avventuriamo fuori. Avventuriamo è il verbo giusto: le combinazioni di mezzi pubblici sono molto vaghe, non sappiamo la lingua e non riusciamo a leggere i cartelli. Ma abbiamo letto di un tempio buddista circondato da pagode di pietra, nascosto in mezzo a due montagne che sembrano orecchie di cavallo. Dobbiamo andarci. 
 
Il posto si chiama Maisan Park e arrivarci non è facile. Prendiamo un pullman fino a una cittadina vicina, Jinan. Lì dovrebbe esserci un bus che porta al parco, ma non riusciamo a trovarlo. Troviamo però dei cartelli che indicano la strada. Non sembra troppo distante, ma siamo sulla strada alla periferia deserta di una città. Se c’è un percorso, la metà è sul ciglio dell’asfalto. Camminiamo. In meno di un’ora siamo all’entrata del parco e troviamo anche la fermata del bus per tornare indietro. Nel corso del viaggio, rimarrò spesso sorpresa di quanto l’improvvisazione ci porti comunque sempre dove vogliamo. 
 
Il percorso per arrivare al monte Maisan (Orecchie di cavallo) è di fatto una lunga scala di legno. Arriviamo presto sulla testa. Le montagne – più simili a colline – sono ai nostri lati, nella loro bizzarra forma quasi triangolare; le pareti sono molto ripide e lisce e, data la stagione, di colore grigio. Scendiamo verso il tempio. 
 

È esattamente come lo immaginavo. Un piccolo edificio in legno colorato a ridosso della parete di una delle due orecchie, circondato da pagode di pietra, alcune grandi, altre piccole. Tapsa. Il tempio buddista delle pagode di pietra del monte Mai. Le pagode sono opera di Yi Gap Yong, eremita buddista che si trasferì qui nel 1885 e passò i successivi trent’anni isolato quassù a costruire queste incredibili torri di pietra. Non usava utensili né calce, solo i sassi che cadono spesso dalle due montagne e, per le pagode più grandi, pietre raccolte nei fiumi e corsi d’acqua della Corea. Di 120 ne sono rimaste circa 80 ancora integre. Il giorno in cui siamo andati noi, non c’erano molti visitatori; il posto era pervaso di calma e faceva venir voglia di restare. 

Il tempio di Tapsa, a ridosso dell’orecchio del cavallo. 

 

Noi purtroppo abbiamo dovuto lasciare in fretta Tapsa per non perdere la contorta combinazione di trasporti che ci avrebbe riportati a Jeonju, e in serata il treno per Daegu. Al treno siamo arrivati ancora una volta correndo e sudando con le valigie dietro. 

Questa corsa in particolare è stata causata da una fermata obbligata: prima di partire da Jeonju, dovevamo assaggiare il Bibimbap, un piatto tipico della città famoso in tutto il paese. Si tratta di una ciotola di metallo incandescente contenente riso, verdure, carne e uova. Mescolare e assaporare. 

La ciotola viene servita all’interno di un contenitore nero che la cameriera ci ha allungato con un paio di guanti spessi quanto quelli di un saldatore, raccomandandoci di stare attenti, perché era molto caldo. Io ho pensato che si riferisse al contenitore nero e, spavalda, bacchette nella mano destra, ho cercato di afferrare la ciotola di metallo con la sinistra per tenerla ferma mentre mescolavo. Tra i miei ricordi di Jeonju campeggia una suggestiva ustione al pollice. Ho trascorso il resto del nostro rapido pasto fra corse in bagno per avvolgermi le dita con fazzoletti immersi nell’acqua fredda e corse al tavolo per cercare di ingurgitare quanto più potevo senza ustionarmi la bocca con il piccante. 

Quella sera ci aspettava la tappa breve a Daegu e l’indomani il tempio di Haeinsa. 

Classe 1988, dalla Sardegna alla scoperta del mondo. Probabilmente ho imparato a leggere e a scrivere prima che a parlare. Le mie abilità sociali sono di recente sviluppo. Nella vita reale, sono una traduttrice freelance, faccio parte di un'associazione di cinema, racconto viaggi, storie e notizie internazionali e mi concentro nella ricerca del risotto perfetto. La multipotenzialità è un vizio di famiglia.
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